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MILLERUOTE
di Giorgio Ursicino
Alex Zanardi

Zanardi addio, un esempio di vita: cadere per rinascere, più immensi di prima

di Giorgio Ursicino

Ci ha lasciato il primo maggio, non una data qualsiasi. Nell’anno in cui avrebbe festeggiato le sessanta candeline. Alex Zanardi era nato a Bologna il 23 ottobre del 1966 ed è passato all’altra vita il giorno dei lavoratori che si era già preso l’esistenza di Ayrton Senna nel 1994, sulla vicina pista di Imola. Alex era una delle eccellenze della Motor Valley: aveva visto la luce nel capoluogo emiliano, prima di trasferirsi da bambino a Castel Maggiore. Molti che respirano quest’aria hanno la passione per la velocità. Per i motori e la competizione. E Alessandro era il tipico esempio: amava lo sport e le sfide di ogni tipo. Più erano impossibili, più lo entusiasmavano.

Era un uomo pieno di coraggio e passione. Sempre pronto a gettare con gioia il cuore oltre l’ostacolo. Ma la sua grandezza è andata oltre. Il campione ha trascorso l’ultimo periodo della sua vita in una villa a Noventa Padovana dove aveva deciso di trasferirsi con la famiglia più di ventennio fa. Da circa tre anni, però, era ricoverato in una struttura assistenziale nella parte Sud del capoluogo. La lunga degenza non è stata affatto facile dopo il passaggio al San Bortolo di Vicenza: momenti di sofferenza che sono peggiorati negli ultimi mesi fino al malore fatale di venerdì sera.

Prima del crollo, comunque, Alex riusciva ad uscire in carrozzina, sempre accompagnato da amici o parenti, per brevi passeggiate intorno alla struttura. Un posto tranquillo che garantiva la privacy a cui la famiglia teneva tanto. I funerali verranno celebrati martedì nella basilica di Santa Giustina, a Padova, dove ha avuto l’ultimo saluto Giulia Cecchettin. Empatico e scanzonato, non conosceva la parola abbattersi e dalle difficoltà, anche le più impegnative, sapeva trarre un’energia positiva che la gente normale non riusciva neanche a percepire. Zanardi, l’uomo che visse più volte. Quando tutto sembrava finito, era in grado di risorgere. Ripartire, sorprendere il palcoscenico con la sua determinazione e la sua grinta. Un esempio per tutti.

Sia nella carriera automobilistica, sia, ancor di più, dopo il drammatico incidente che gli rubò entrambe la gambe. Quando un fulmine spezzò la sua corsa, Alex non era più un ragazzino. Aveva 35 anni e riuscì ad inventarsi una seconda avventura, toccando livelli ancora più elevati, impensabili. E diventando un stimolo contagioso per le numerose persone che vivono delle difficoltà. Vincente sì, ma sempre pronto al sorriso, alla battuta, all’ironia. Con la famiglia che lo ha sempre seguito ed appoggiato, assecondandone l’essenza plasmata per sgomitare sempre in prima linea. Aveva la pole position nel sangue. La moglie Daniela ed il figliolo Niccolò gli sono sempre stati vicino, fino all’altro ieri quando ha deciso di staccare la spina in pace, circondato dagli affetti più cari.

Potrà sembrare un paradosso, ma per un asso del motorsport come lui il rapporto con la F1 è sempre stato complicato. Alessandro non si è certo tirato indietro: ha incassato i colpi, ha cambiato strada, accelerando più forte di prima. Figlio di Dino e di Anna, un idraulico ed una sarta, il bambino riuscì a coronare il suo primo sogno a 14 anni, quando papà si convinse a donargli un kart al posto del motorino. Leone, questo era il suo secondo nome, si mise subito all’opera. Talento, determinazione, tigna: un leone in pista, sempre pronto a fare a ruotate e non alzare mai il gas. Dopo aver sfiorato il Campionato Italiano di F3 nel 1990, nel 1991 passò il F3000 dove diete spettacolo e fu preceduto solo da Christian Fittipaldi.

La stagione gli valse la chiamata nella massima formula da parte dello scopritore di talenti Eddie Jordan che, poche gare prima, aveva fatto esordire Schumacher. L’irlandese gli affidò una monoposto per le ultime tre gare dell’anno. Nel ‘92 corre alcune gare con Minardi, nel ‘93 e ‘94 è titolare in Lotus. È il periodo della scomparsa di Senna, l’avventura di Alex proprio non decolla. Così decise di cambiare aria ed emigrò in America dove Jacques Villenueve, il figlio di Gilles, stava dominando la scena dando lustro e notorietà alla Formula Cart anche da questa parte dell’Atlantico. E Alex divenne proprio l’erede del canadese che nel 1995 aveva vinto 500 Miglia di Indianapolis e Titolo Cart.

Zanardi entra dalla porta principale con la Reynard Honda del forte team di Chip Ganassi. Nel 1996 chiude terzo in classifica, nei due anni seguenti è campione incontrastato con gare da favola. Il mondo è ai suoi piedi e Frank Williams lo chiama per ripetere la favola di Jacques diventato iridato di F1 dopo aver conquistato gli States. Sembra proprio la volta buona, ma il feeling con la F1 proprio non s’accende. La Williams non è quella dei tempi di Mansell e Prost, e nemmeno quella di Villenueve. Ralf Schumacher, però, il fratello di Michael, si difende come può: sale due volte sul podio, arriva in 10 occasioni a punti. A fine anno è sesto, dietro al fratellone con la Ferrari.

Zanardi, invece, non ingrana e finisce a zero punti tanto da dover rescindere il contratto di 3 anni a salutare per sempre la F1. Il suo curriculum non è esaltante: in 5 anni, 41 partenze e un solo punto conquistato. Torna nel Campionato Cart e al Lausitzring in Germania, il 15 settembre del 2001, incontra la tragedia. A 13 giri dalla fine, esce dai box per rientrare in pista, ma perde il controllo e la Raynard si mette di traverso sul velocissimo ovale. Carpentier lo evita per un capello, Tagliani lo prende in pieno a tutta velocità e spezza l’auto di Alex in due: da una parte il corpo del pilota, dall’altra le gambe.

Alex è cosciente, ma perde quasi tutto il sangue. Lo portano all’ospedale di Berlino dove lo salavano per i capelli dopo giorni di coma e di terapia intensiva. Passa un mese e mezzo e torna a casa, ma le gambe non ci sono più. Zanardi non s’abbatte ed inizia, pian piano, una seconda avventura. Torna alle corse turismo e, con la BMW, vince i Campionato Italiano Superturismo mettendosi alle spalle i piloti “normali”. Torna al Lausitzring nel 2003 e gli fanno effettuare i 13 giri mancanti con una monoposto speciale: ottiene un tempo che gli avrebbe consentito di partire quinto se avesse partecipato alla gara.

Ma il suo presente ormai è pedalare e con l’handbike diventa Hulk ottiene risultati sensazionali toccando i vertici paralimpici. Partecipa ai Giochi di Londra 2012 e Rio del 2016, in entrambi i casi sbaraglia il campo vincendo due ori e un argento per tappa. E in Brasile ha quasi 50 anni. Mostruoso. Poi, il 19 giugno del 2020, un altro incidente che ha messo definitamente fine alle sue strabilianti imprese: in una sgambata in Toscana, che per un campione come lui era soltanto un “raduno”, si scontrò in discesa con un camion riportando ferite molto gravi alla testa che l’obbligarono ad uscire definitivamente di scena.

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domenica 3 maggio 2026 - Ultimo aggiornamento: 12:39 | © RIPRODUZIONE RISERVATA