Finot (Stellantis) in pensione: «Se non mi fossi occupato di auto lavorerei in una centrale nucleare»
PARIGI – Quando lo si intervista sembra sempre che lui capisca di più dalle domande che l'interlocutore dalle risposte. Replica a tutto, con cortesia: spesso spiegando che su questa o quella cosa non può dire niente o che ci sarà un annuncio in futuro. Oppure, come sul Balance of performance, alla 24h di Le Mans di qualche anno fa, sceglie, sorridendo, un giro di parole: «Non commento perché non voglio trascorrere il fine settimana in carcere». Jean Marc Finot è il capo del motorsport di Stellantis, è nato nel 1961 e andrà in pensione con il 31 gennaio del 2026 con una onorata carriera di quarant'anni nel gruppo. Ha contribuito allo sviluppo di parecchie auto: «La mia preferita è la Peugeot 205 Rally», chiarisce dopo averci pensato un attimo. Circa la peggiore non ha dubbi: «La Citroen C6».
Come mai?
«Sarà divertente se lo scrivi... per via della megalomania di certi miei capi dell'epoca. Era una macchina che non incontrava i gusti dei clienti, ma è costata un mucchio di soldi».

L'efficienza è importante.
«I miei vecchi compagni di scuola mi prendono ancora in giro. Mi dicono che io non lavoro, che “gioco” con la mia passione. Personalmente trovo che fare ciò che si desidera sia il modo più efficiente di lavorare».
E il motorsport era il tuo sogno?
«La tecnologia, le auto: quelle mi sono sempre piaciute».
La tua prima occupazione, però, è stata un'altra.
«...Ho lavorato due anni in una centrale nucleare in Francia: avevo 22/23 anni».

Una centrale nucleare?
«Dopo la laurea avevo ricevuto due offerte di lavoro: una da una casa automobilistica e l'altra dalla società che gestiva una centrale. Pagava il doppio e io avevo 22 anni».
E poi?
«Ho preferito andare in Peugeot perché mi era diventato chiaro che nel Dna avevo le automobili».
La soddisfazione più grande della tua carriera?
«Aver riportato Peugeot nell'Endurance e alla 24h di Le Mans, “la” gara. È la corsa automobilistica più famosa al mondo. Per me quello è un sogno diventato realtà».

E la Formula E?
«Dal punto di vista tecnico è il campionato più interessante. Basta guardare a quanto è cresciuta e cambiata in fretta: abbiamo cominciato con una trasmissione tradizionale e adesso impieghiamo un semplice riduttore. Del motore nemmeno a parlarne, perché l'efficienza è ormai vicina al cento per cento. E anche dal punto di vista della sostenibilità miglioriamo sempre e continuiamo a essere davanti alle altre competizioni. Adesso è arrivato il momento di pensare alle prestazione e con le monoposto Gen4 raggiungeremo questo obiettivo, peraltro senza vincoli esagerati sull'aerodinamica per non cadere negli eccessi della Formula 1, che trovo noiosa perché è così difficile sorpassare.».
Verrà mai superata la Formula 1?
«Non dipende dai costruttori, ma dai promotori. La Formula E non “ruba” tifosi alle altre categorie; ne attrae di nuovi, persone che non sono disposte a percorrere lunghe distanze per raggiungere circuiti o tracciati lontani da casa».
Il ruolo di responsabile del motorsport è quello che hai desiderato?
«Mi dispiace solo di esserci arrivato troppo tardi... ma se posso integrare, voglio precisare che forse è meglio così, perché altrimenti “dopo” non avrei saputo cosa fare».
Dopo essere stato direttore del motorsport, intendi?
«Esatto. Quando sei in grande gruppo devi essere anche politico e a me certi giochetti non piacciono. Finito di fare quello che sto facendo non so se sarei riuscito ad immaginarmi in un altro ruolo».
Resterai anche l'anno prossimo “per garantire continuità”: cosa hai suggerito al tuo successore Olivier Jansonnie?
«Di andare avanti sulla strada che ho impostato io, mi pare ovvio (ride). Gli ingredienti ci sono e non alcun dubbio che egli ne farà l'uso migliore» .
E poi?
«Per avere fiducia devi dare fiducia. A mio avviso la cosa giusta è lasciar fare agli altri quello che sanno fare. Delegare, insomma. Così poi riesci anche a trovare il tempo per giocare a golf».
Che è davvero uno dei tuoi hobby?
«Assolutamente. Assieme al motoscafo, ne ho uno, ovviamente con un motore potente, allo sci, all'equitazione, che adesso non posso più praticare perché non può mia moglie, alle auto d'epoca...».
Mi pare naturale: ne hai anche di italiane?
«Una Ferrari, una Maserati e due Alfa Romeo».
L'auto più bella in assoluto?
«La Ferrari 250 Gt Tdf a passo corto».
Che è quella della tua collezione?
«Magari».
C'è qualcuno a cui ti senti di dire grazie?
«Ci sono molte persone che dovrei ringraziare, ma dico Carlos Tavares (l'ex Ceo di Stellantis, ndr), perché è grazie a lui che sono finito a dirigere il motorsport, e Jean Philippe Imparato (l'ex capo di Stellantis per l'Europa, ndr), che ha sostenuto il progetto della Gen4 in Formula E e la prosecuzione di quello del Wec (il mondiale di Endurance, ndr)».
Ti avevo interrotto sugli hobby...
«...e seguo mia figlia Alice, che è una mezzofondista».
Controllo: oro agli europei di Roma nei 3.000 siepi lo scorso anno e quarta nella stessa specialità alle Olimpiadi di Parigi. Ultima domanda: se non ti fossi occupato di auto cosa avresti fatto?
«Avrei lavorato in una centrale nucleare. Tecnologia bella, controllata e pulita».




