Guido Meda (vicedirettore di Sky Sport e responsabile della redazione motori di Sky)

Guido Meda (Sky Italia): «La nostra missione è portare il pubblico nel Paddock, mi auguro di raccontare una MotoGP ancora più combattuta»

di Michele Montesano
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MILANO – Voce storica della MotoGP, Guido Meda ci ha accompagnato per 25 anni curva dopo curva, staccata dopo staccata attraverso duelli, generazioni di campioni e rivoluzioni tecniche. Oggi vicedirettore di Sky Sport e responsabile della redazione motori di Sky, Meda è la figura perfetta per osservare come sta evolvendo il mondo delle corse a due e quattro ruote.

La presentazione della stagione 2026 di Sky Motori è stata l’occasione ideale per fare il punto su ciò che ci attenderà, quali saranno i campionati che gli appassionati potranno gustarsi davanti la TV e le numerose novità che verranno introdotte. Non poteva mancare uno sguardo più ampio sul mondo della MotoGP e ciò che potremmo vedere in pista nel Motomondiale.

Partiamo dalla stagione 2026 di Sky Sport Motori. Oltre a Formula 1 e MotoGP, quali campionati seguirete?

«Senza dubbio il Mondiale Superbike, che per noi è molto importante anche perché lo trasmettiamo per tutta la stagione in chiaro su TV8. Non dimentichiamoci le categorie propedeutiche come Moto2 e Moto3, per le due ruote, e Formula 2 e Formula 3 per quanto riguarda l’automobilismo. Avremo poi il Mondiale Rally WRC, l’IndyCar, il GT World Challenge – dove corre anche Valentino Rossi – e il Super Trofeo Lamborghini. Stiamo inoltre definendo alcune ultime situazioni, ma l’obiettivo è offrire agli appassionati più motorsport possibile».

Ci saranno novità anche nei palinsesti e nei format?

«Le dirette restano il nostro cuore editoriale. Trasmettiamo tutto quello che viene prodotto alla fonte: Formula 1, MotoGP, Superbike, comprese le categorie di supporto come la Porsche Supercup e la F1 Academy o la nuovissima Harley Davidson Baggers World Cup. A questo aggiungiamo i nostri show in diretta prima e dopo prove e gare».

Qual è l’obiettivo che voi di Sky vi prefiggete?

«Quello che vogliamo fare ancora di più è portare il pubblico nel paddock. I nostri canali devono essere il pass che uno non può avere al collo. Mostrare pitlane, retroscena, esperienze speciali. Per esempio in Formula 1 con la nostra Mara Sangiorgio abbiamo portato gli spettatori a fare un hot lap in pista con un pilota vero, o la giornata da meccanico e durante un pit stop. Vogliamo far vivere all’appassionato ciò che normalmente è difficile viverlo di persona».

E per quanto riguarda la MotoGP?

«Aggiungeremo una rubrica sulle strade più belle d’Italia da percorrere in moto, una rubrica tecnica condotta da Mattia Pasini, con un linguaggio semplice per spiegare le componenti tecniche che influiscono su guida e prestazioni. E poi ritratti di grandi personaggi storici delle due ruote. Alcuni format simili li faremo anche per la Formula 1».

Quanto è difficile bilanciare la parte tecnica con quella più televisiva e generalista?

«Direi che è il nostro mestiere da decenni. Abbiamo trovato un registro per rendere comprensibili le cose difficili a chi non è competente, senza scontentare troppo gli “ipercompetenti. A volte dedichiamo momenti più tecnici che magari non sono immediati per tutti, ma è un equilibrio che si costruisce con l’esperienza. Spiegare, ad esempio, come funziona una scalata senza frizione grazie all’elettronica ormai fa parte del nostro flusso naturale. Una volta imparato, lo fai automaticamente».

La squadra di Sky resta confermata?

«Sì, assolutamente. Tutta confermata. Inseriremo nella parte MotoGP una nuova figura, Ludovica Guerra, che lavorerà nei circuiti come wild card in alcuni Gran Premi».

Lei quest’anno celebra le “nozze d’argento” con la MotoGP. Com’è cambiato il modo di raccontarla in 25 anni?

«È cambiato senza che ce ne accorgessimo troppo. Il dovere è restare al passo coi tempi. La tecnologia è cresciuta enormemente e bisogna aggiornarsi. La differenza principale è il ritmo: oggi è tutto più veloce. Se riascolti una telecronaca di 25 anni fa, il flusso era più lento. Oggi è come uno scroll continuo di concetti, un po’ come succede sui social. Anche la Formula 1 ha aumentato il ritmo. È cambiata la società, e la telecronaca si è adattata».

Entriamo nel vivo della MotoGP 2026. Che stagione si aspetta davvero?

«Non amo giocare con la sfera di cristallo. Mi aspetto – o forse mi auguro – un Mondiale più serrato rispetto all’ultimo. Sulla carta, Marc Márquez parte ancora come riferimento tecnico e mentale. Anche se ha chiuso l’anno scorso con qualche difficoltà fisica e un inverno complicato, resta il punto di paragone per tutti. Il tema vero non è tanto se Márquez tornerà al suo livello – io penso di sì – ma se gli altri avranno imparato abbastanza per stargli più vicini. Perché quando hai un riferimento così chiaro, o ti avvicini o rischi di fare da comparsa».

Ducati resta ancora la moto di riferimento?«Sì, oggi sì. Ducati ha costruito un sistema tecnico molto solido. Ma attenzione: l’Aprilia è rimasta in scia, non ha agganciato definitivamente la Ducati, però è quella che più si è avvicinata. E questo è un segnale importante».

Le altre squadre invece?

«Honda ha ritrovato un minimo di equilibrio dopo aver perso completamente la strada negli anni scorsi. Non è ancora tornata al vertice, ma almeno ha ricostruito una base tecnica moderna. Yamaha invece sta vivendo la fase più delicata: ha rivoluzionato il progetto dopo oltre vent’anni di continuità. Quando ribalti tutto, devi mettere in conto una fase di transizione dolorosa».

Uno dei temi più caldi è quello di Francesco Bagnaia. Che lettura dà alla sua situazione?

«Intanto dico che non amo un mercato che sembra chiudersi prima ancora che inizi la stagione. Quando si parla già del prossimo anno mentre stai per iniziare il 2026, si crea una situazione strana: un pilota che corre per una squadra sapendo già di andare altrove l’anno dopo non è l’ideale. Su Pecco Bagnaia io spero – romanticamente – che abbia una vera prova d’appello. L’anno scorso è stato complicato, ma il talento non si discute. Poi è chiaro che nel motorsport, con tanti soldi e strategie industriali in gioco, le decisioni possono essere anche molto fredde».

Tornando alla stagione 2026, chi può davvero inserirsi nella lotta al vertice?

«Mi aspetto che chi l’anno scorso ha capito dove mancava faccia uno step ulteriore. Penso a piloti come Marco Bezzecchi, che nella parte finale della stagione aveva trovato una chiave importante con l’Aprilia. Vorrei che ripartisse da lì, e magari facesse ancora un passo avanti. E poi c’è Pedro Acosta, che ha dimostrato di avere personalità e velocità. Ma anche per lui vale lo stesso discorso: talento sì, ma serve il pacchetto tecnico giusto e continuità».

L’arrivo di Toprak Razgatlıoğlu in MotoGP è una delle grandi novità. Che impatto può avere?

«Razgatlıoğlu è un fenomeno, questo è fuori discussione. Ma non possiamo chiedergli miracoli. Se qualcuno si aspetta che lotti subito per il podio contro le Ducati, secondo me sbaglia. Quest’anno per lui deve essere una stagione di apprendistato intensivo. Deve capire la MotoGP, l’aerodinamica, la gestione gomme, il livello di aggressività richiesto. Deve fare una cura intensiva di MotoGP, imparare e magari ingoiare un po’ d’amaro, approfittando del fatto che Yamaha è in fase di ricostruzione per crescere senza la pressione di dover vincere subito. Il 2027 sarà poi un anno chiave: ritorno alle Pirelli, meno aerodinamica, meno potenza. Lì potremmo vedere il vero Razgatlıoğlu».

A tal proposito, l’aerodinamica ha snaturato la MotoGP?

«Non sono d’accordo. È l’evoluzione. Tutto evolve: tecnologia, società, sport. Ducati e Aprilia hanno sfruttato un regolamento che lo permetteva. Poi, quando si creano disequilibri o salgono troppo i costi, si interviene. Il regolamento 2027 servirà a ridurre performance e costi, per uno spettacolo sostenibile. Ma non sono nostalgico dei “bei tempi andati”. La tecnologia fa parte del gioco».

In definitiva, vede la possibilità concreta di un campionato 2026 più equilibrato?

«La possibilità sì. La certezza no. Perché ogni anno pensiamo che sarà quello del grande duello e poi succede altro. L’anno scorso ci aspettavamo un confronto epocale e invece abbiamo avuto un dominio molto chiaro. Per questo dico sempre: con i pronostici si fa poco. L’unica cosa che posso dire è che mi auguro un Mondiale più combattuto, con più protagonisti veri. Perché quando il livello si alza per tutti, lo spettacolo cresce. E noi siamo qui per raccontare proprio quello».

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mercoledì 18 febbraio 2026 - Ultimo aggiornamento: 19-02-2026 11:05 | © RIPRODUZIONE RISERVATA