Pierfrancesco Favino: «Amo l’automobile e il viaggio. L’elettrico? Mi ha reso più responsabile»

Bmw M2, ecco quella con trazione integrale M xDrive. Scatto più bruciante e guida sportiva in ogni stagione

BMW iX3, ecco la seconda versione: trazione posteriore, 235 kW e fino a 637 km di autonomia

Bmw, nuovo passo nella strategia sull'idrogeno: avvia la produzione dell'Energy Master per la iX5 Hydrogen
Quando lo hai di fronte non sai se ti trovi con il Libanese o Tommaso Buscetta, il comandante Todaro o il sergente Rizzo, l’anarchico Pinelli o l’industriale Nicola Ranieri, l’agente Cobra o Clay Regazzoni. E neppure sai con quale dei tanti accenti italiani di cui è capace ti parlerà. Fatto sta che Pierfrancesco Favino è da 3 anni ambassador di BMW e – per dirla in gergo attoriale – non è un ruolo semplicemente “pubblicitario” di “brand voice”, ma di chi partecipa alle molteplici attività sociali e culturali delle quali il costruttore tedesco si fa da molti anni promotore e ne condivide i valori.
Forse anche per questo la conversazione che abbiamo avuto con lui ha avuto toni poco professionali e, a tratti, persino personali, guardando a ciò che, oltre ai grandi temi e al naturale e serioso gioco delle parti, riguarda le nostri comuni esperienze personali. «Il nostro è un percorso in cui ci siamo trovati» afferma uno dei migliori interpreti del nostro cinema e del teatro che sta anche portando avanti diversi progetti con BMW che vedranno la luce entro la fine dell’anno. «Non possiamo dire nulla ancora, è una sorpresa. Posso dire però – sorride il Bettino Craxi di “Hammamet” – che abbiamo fatto una serie di chiacchierate con le quali sono venute fuori delle idee di format e narrazione veramente super interessanti».
Qual era il rapporto di Pierfrancesco Favino con l’automobile prima che nascesse questa collaborazione e si immergesse in tutte le iniziative portate avanti da BMW?
«Sono stato sempre stato amante del viaggio e del viaggio in automobile perché per me l’auto è l’idea di libertà, di autonomia. Insomma, quando ho preso la patente quello era il mio sogno, e ricordo perfettamente il fatto di avere avuto l'onore di poter dire agli amici: ho la patente, possiamo andare insieme dove vogliamo! Sarà anche una questione generazionale, ma per me quella era la possibilità di scoprire che non c'erano mai dei confini. Il piacere del viaggio era anche legato al lavoro perché quando ero in tournee teatrali lo facevo sempre in macchina. E questa cosa non ha tanto a che fare con la velocità, ma con il tempo, il viaggio, il percorso, con il perdersi un po', con l'idea della strada, del percorso».
E quindi con l’elettrico come è cambiato tutto questo?
«Con l'elettrico è cresciuta dentro di me la percezione della mia responsabilità personale e sociale. Non pretendo che questa cosa sia avvertita da tutti, però per me lo è stata e devo dire che tramite BMW questa cosa è diventata sempre più importante, sia perché ho scoperto attraverso di loro qual era il percorso che stavano facendo, non solo dal punto di vista della mobilità, ma anche dei materiali che si possano utilizzare o delle batterie dismesse. Ed è una cosa che sento, una cosa che nella mia vita tento di affrontare non solo quando mi muovo anche perché credo che, con le ultime le vicende alle quali stiamo assistendo, siamo tutti un po' chiamati quantomeno a farci qualche domanda. Personalmente, con l’elettrico non averto privazioni particolari se non dovermi organizzare un po' meglio, ma per me conta di più sapere che sto compiendo un piccolo gesto di responsabilità».
In Italia l'elettrico cresce meno che in altri paesi, perché?
«Guarda, io penso che sia così non soltanto per l'Italia. Noi chiediamo alla macchina di non crearci problemi, di poterci mettere seduti e di portarci dove vogliamo andare e questo si associa la nostra naturale pigrizia che ci impedisce o perlomeno rende difficile la ricerca di strade alternative. Penso anche però che in un paese che ha 260 giorni di sole l'anno, appare abbastanza bizzarro che non si pensi a creare una cultura dell'energia alternativa. Su poche cose siamo un paese all'avanguardia, ma credo anche che stiamo iniziando a ragionarci e questo va avanti con l'evoluzione dei tempi di ricarica. Però dico anche che è un cambiamento che non puoi forzare, fino a quando le condizioni geopolitiche invece non ti portano a farlo».
La guida autonoma può funzionare?
«Magari un giorno potremo chiedere alla macchina di andare in un certo posto da sola e lo farà. A me però piace metterci le mani, nel senso che guidare è una cosa che mi piace molto. Credo che la guida autonoma non possa essere isolata dalle infrastrutture, probabilmente arriverà un giorno e c’entrerà ovviamente l’intelligenza artificiale, anche se non sappiamo quello che significherà e non lo sapremo davvero fino a quando non l’avremo sotto mano e, come sempre è stato in questi casi, ci sarà una generazione nativa che neanche si domanderà invece come si faceva prima. Non so se mi andrà bene avere una macchina che volendo posso guidare con gli occhi e per me non è tanto questione di paura, ma di divertimento: la macchina mi piace sentirla».
Le generazioni come la nostra sono cresciute con la voglia di prendere la patente per muoversi con la moto o con l'automobile. Questo desiderio sembra scemato con le nuove generazioni...
«Ne siamo sicuri? Ho una figlia che sta per compiere 14 anni e mi ha chiesto di regalarle delle lezioni di guida. Io penso che questo desiderio stia tornando. Sarà che i miei figli invece hanno sempre avuto il desiderio di muoversi da soli e sono figli di due persone che amano guidare, perché anche mia moglie ama guidare, e noi come genitori educativamente abbiamo sempre spinto per la loro autonomia. Inoltre sono cambiate molte cose: per la nostra generazione prendere un aereo e andare da un'altra parte era una cosa che facevi ben più in là con l’età e oggi i ragazzi si organizzano con molta più facilità».
Da appassionato di automobili e utente dell’auto elettrica, che cosa si dovrebbe fare per incentivare la mobilità sostenibile?
«Non penso che sia un problema esclusivamente italiano, ma credo che questa voglia stia crescendo e anche i dati di mercato lo dicono: l'alternativa elettrica sta crescendo e per farlo ancora ha bisogno dalle infrastrutture, però io oggi vedo che le possibilità di ricaricare stanno aumentando e ho una macchina che ricarico in meno tempo di quanto non facessi prima. Inoltre ci sono gli incentivi e non mi sorprenderebbe che le situazioni geopolitiche funzionassero come acceleratore. E poi c’è un tema di crescita culturale e di generazioni native: se le mie figlie vedono qualcuno che butta una carta per strada hanno una reazione. Credo che sia un tipo di sensibilità che sta crescendo e che domani arriverà probabilmente una tecnologia diversa, magari più agevole, più accessibile. Ma non credo che l’elettrico sia l’unica cosa e la più importante: c’è anche il tema dei materiali, del loro utilizzo e del loro recupero. Quando parlo di percorso che ho fatto insieme a BMW alludo proprio al loro approccio olistico e anche ad un tema industriale. Tra l'altro in Italia ci sono due o tre società che iniziano a fare tutto questo e sono del Sud. Anche questo mi pare un punto interessante da notare».
Qual è il film preferito e nel quale l'automobile è centrale?
«Penso a tanti momenti di “C'era una volta in America” dove si vedono tante macchine degli anni 30… È indubbio che le automobili e il cinema abbiano fatto un percorso quasi parallelo perché sono entrambe movimento. Mi viene in mente poi “8 e mezzo”, dove ci sono immagini in auto meravigliose, o “Io la conoscevo bene” in cui c'è una giovanissima Stefania Sandrelli che viene a Roma per tentare di fare l'attrice, con delle immagini di automobili straordinarie. Penso a “Duel" di Steven Spielberg dove i veicoli sono totalmente protagonisti… E poi c’è il fatto che il cinema ha un istinto di ricerca e libertà proprio come quello legato all’automobile che diventa anche in questo simbolo di liberta».
Ma come si gira un film con l'automobile e sull’automobile?
«Come girare l'automobile è uno dei grandissimi temi del cinema, tecnicamente è una delle cose di cui si parla di più. Uno dei più grandi in questo senso è Michael Mann che comunque è sempre stato iperattento. E parlo di tutto quello che viene fatto senza gli effetti speciali».
E se si chiede a Pierfrancesco Favino come lui farebbe un film sulle automobili e con le automobili, il suo sguardo si accende e, pur senza rispondere direttamente, fa capire che il tema lo appassiona e ha riferimenti molto chiari. «Stiamo andando in una direzione interessante in cui la dimensione della macchina da presa è sempre più ridotta e questo vuol dire possibilità sempre più ampie di angolazione della ripresa, sia dall'esterno che dall'interno, rispetto a una macchina tradizionale che occupa molto più spazio. Il direttore della fotografia di Rush era Anthony Dod Mantle, che si ispira a Dogma 95, una corrente nord-europea che non utilizza la luce artificiale, e lui metteva tutti i tipi di camera, dalla GoPro alla macchina alla grande macchina da presa. Noi attori non sapevamo mai dove era la macchina da presa vera oppure ci veniva nascosta, soprattutto nelle scene di massa. Oggi c’è la possibilità di essere molto più agili e di ampliare visione e questa cosa qui sta già portando a un linguaggio diverso dal punto di vista della narrazione perché è la tecnologia che determina il linguaggio e non viceversa. Ecco perché – conclude Favino – con queste nuove tecnologie ci stiamo facendo domande su come cambierà la narrazione cinematografica e quindi anche su come potremo raccontare l’automobile».




