Pietrantonio (UNRAE): «Basta con la narrazione tossica e dialoghiamo per dare un futuro all’auto»
«Basta con la narrazione tossica di chi dice che l’auto elettrica è fallita perché chi lo fa, fa solo confusione ed è il piromane del proprio bosco. Il futuro non è BEV o altro, ma BEV e altro. Oggi diciamo no alla banalizzazione, no ai nemici immaginari e no agli slogan» ha detto Roberto Pietrantonio in occasione del suo primo discorso da presidente di UNRAE per l’assemblea di fine anno nel corso della quale l’Osservatorio per l’Auto e la Mobilità della Luiss Business School ha presentato uno studio dal titolo “L’Italia e l’auto elettrica: tra percezioni e consapevolezza”, a poche ore dalla presentazione del nuovo pacchetto di misure presentato dalla Commissione Europea che emenda e rende più elastici gli obiettivi del 2035.
Presidente, il mercato quest'anno è ancora stagnante e si prevede che rimarrà così anche nel 2026, in Italia così come in Europa. Perché si è creata questa situazione?
«Ci sono tanti fattori. Sicuramente le decisioni prese qualche anno fa in sede di Commissione Europea hanno avuto un impatto. Penso alle multe miliardarie per i costruttori e alle risorse sul pooling che spesso sono state indirizzate fuori dai confini europei, verso America e Cina. Ci sono stati anche altri fattori che hanno causato l’aumento dei prezzi e che i costruttori hanno in gran parte subito a causa dei regolamenti che hanno imposto maggiori dotazioni di sicurezza e maggiore utilizzo di materie prime che sono diventate sempre più costose. Se pensiamo all’auto elettrica, dobbiamo però considerare che parliamo ormai del 18% del mercato europeo».
E poi anche la narrazione dei fatti non è stata d’aiuto…
«No, e la narrazione non è stata omogenea all’interno dell'Unione Europea. In Italia in particolare abbiamo avuto una narrazione fondata su una forte reazione contro ideologica che ha determinato una polarizzazione seguendo le logiche dei social, dove oggi è molto più facile creare il nemico immaginario. Per un tempo il nemico era stato il diesel, poi è diventato l'elettrico».
E questo come ha influito sul mercato?
«Lo ha mostrato la ricerca dell’Osservatorio Auto e Mobilità della Luiss Business School: un mercato per l’elettrico che va molto più lento degli altri paesi dell’Unione e tanti consumatori che invece sarebbero curiosi di avvicinarsi all’elettrico, ma hanno timore in un contesto narrativo come quello che si è creato in Italia, nonostante i costruttori abbiano investito milioni di euro in comunicazione, formazione e altre attività».
Le cose possono cambiare?
«Noi case dobbiamo far meglio e possiamo sempre farlo. Oggi l’Europa sta riprendendo la strada del dialogo con i costruttori e tenendo conto dei consumatori. Per questo oggi ci siamo dati l’augurio che anche in Italia si possa fare lo stesso ed avere un approccio diverso al mondo dell'auto. Noi come associazione ci prendiamo l'impegno di rimarcare ogni volta se stiamo andando nella giusta direzione o no perché riteniamo che questo possa aiutare l'Italia e anche l'Europa a riprendersi la posizione competitiva che inevitabilmente in questo momento è persa».
Lei ha parlato del coraggio dell'E rispetto alla banalizzazione dell'O e parlato anche di un’UNRAE che deve essere la casa del dialogo. In Italia ci sono già case del dialogo istituzionali che però non funzionano ancora bene, perché?
«Prima di tutto, bisogna avere voglia di dialogare. Faccio un esempio: noi associazioni dell’Automotive siamo andate insieme a Torino per fare una richiesta accorata alle istituzioni, dunque, se da parte loro ci sarà la vera voglia di dialogare con un interlocutore che si è dichiarato disponibile a farlo, noi ci siamo. Oggi c'è un Tavolo dell'Automotive istituzionale che però noi non riteniamo efficace perché è composto da troppi attori, dove si ascolta, ma che non riesce poi a mettere a terra delle misure come quella sulla fiscalità che vengono sollecitate da anni ed anni. Stiamo anche preparando una proposta che, secondo noi, investendo risorse inferiori a quelle che sono state investite da due anni a questa parte, possono avere effetti decisamente migliori allineando inoltre il canale delle aziende che in Italia vale decisamente meno rispetto a Spagna, Francia, Regno Unito e Germania».
A proposito di fiscalità, l'Italia ha perso l'occasione della legge delega che è scaduta ad agosto. Perché è stata lasciata cadere con un nulla di fatto?
«Al momento, non ho una risposta. La sensazione è che c'è un incrocio di diversi ministeri e questo rende tutto ancora più difficile perché già dialogare con un singolo ministero è difficile, metterli assieme, ancora di più. Noi, insieme alle altre associazioni, abbiamo indirizzato la nostra lettera a quattro ministeri diversi, però io dico che, se c’è volontà vera, i numeri ci dicono che possiamo arrivare ad una decisione win-win-win: vincono le istituzioni, vincono i produttori e vincono i consumatori e le aziende, dunque perché non farla?»
Un'altra questione, toccata anche dalla ricerca dell’Osservatorio, è quella degli incentivi: la chiarezza, la costanza e i tempi della comunicazione degli incentivi sono fondamentali e in Italia questo insieme non ha mai funzionato, bloccando il mercato a singhiozzo e generando confusione. Perché in Italia non si riesce ad avere un incentivo strutturale che regga la transizione?
«C’è una mancanza di visione strategica sull'auto in Italia. L'auto ha dato tanto all'Italia ed è tempo che l'Italia rimetta l'auto al centro del dibattito perché ci ha dato tanto dal punto di vista dell'immagine, della cultura, del know-how creando storie meravigliose. Penso che, se ci mettiamo ad un tavolo per ridare all’Italia una visione strategica per l’automobile, potremmo decidere sulle misure incentivanti che non sono necessariamente gli incentivi come, ad esempio, la fiscalità, le agevolazioni o percorsi di comunicazione per orientare i consumatori fatti da più parti, non solo dal costruttore. Bisogna farlo insieme sia per il mercato sia per l'industria».
A proposito di questo, qualche giorno fa in Spagna è stato inaugurato un nuovo stabilimento all’interno di un progetto per la produzione di mezzo milione di auto elettriche all’anno. E parliamo di un paese che produce 2 milioni e mezzo di veicoli all’anno esportandone oltre l’80% con un mercato di circa un milione di unità mentre l’Italia ha un mercato di un milione e mezzo, ma è arrivata a produrre circa 350mila unità all'anno e il suo futuro immediato è produrre auto mild-hybrid a 12 Volt. Che cosa abbiamo sbagliato e stiamo ancora sbagliando?
«È una cosa che fa male, lo dice una persona che ha lavorato per quello che era il costruttore italiano. È la mancanza di visione strategica e noi ci siamo fatti scappare questa che era un'opportunità industriale per l'Italia. Quando dico che l'auto ha dato tanto all'Italia, vuol dire che ci sono stati dei valori che hanno rappresentato un riferimento. Quindici anni fa vedevo tanti cinesi venire all'Accademia di Brera a studiare design in Italia. Adesso non se ne vedono più perché ormai il know-how l'hanno imparato e quello che vediamo oggi lo hanno preparato allora. Noi dobbiamo fare lo stesso in preparazione del prossimo ciclo industriale, se si ritiene che l'auto possa essere un settore strategico. Oggi purtroppo il fatto che anche la produzione sia così scarsa rende qualsiasi discussione sull'auto ancora più complicata. Eppure parliamo di uno dei settori più importanti dal punto di vista del gettito fiscale, dell'occupazione, degli investimenti sul territorio. Sicuramente queste sono e rimangono le leve da utilizzare per parlare con le istituzioni».
Avete annunciato di essere al lavoro per una soluzione che, oltre a rinnovare il parco auto, dovrebbe aiutare ad aumentare i volumi di almeno 100.000 unità agendo sulla fiscalità e con una spesa molto più bassa da parte dello Stato. Più di 20 anni fa un altro presidente di UNRAE, Salvatore Pistola, affermava la stessa cosa: se cambiassimo la fiscalità dell’auto, il mercato dell’auto crescerebbe di 100.000 unità all’anno… In che cosa consiste la proposta che UNRAE sta preparando?
«La nostra proposta si basa su elementi noti da tempo come la revisione, ad esempio dei parametri di deducibilità. Agendo su questo ed altri parametri avremmo sicuramente un boost, con un investimento netto molto più basso di quello impiegato dallo stato per le varie forme di incentivo messe a disposizione negli ultimi due anni, con meccanismi molto più semplici ed un impatto economico superiore. La difficoltà, anche in questo caso, è mettere assieme ministeri diversi per arrivare ad una decisione. Ma noi siamo la goccia che scava la roccia e lo faremo insieme alle altre associazioni che sono al nostro fianco, ovviamente con sfumature diverse: qualcuna tende a premiare di più le zero emissioni, altre vorrebbero premiare tutte le forme di propulsioni sostenibili. Noi, come URAE, abbiamo scelto una posizione equilibrata basata sulla neutralità tecnologica, ma spero che presto riusciremo a trovare la quadra».




