da sinistra Hill su BRM, Clark su Lotus, Ginther su Honda, dietro Surtees su Ferrari e Gurney con la Brabham

70 anni di Formula 1, l'epopea di Jim Clark e John Surtees

di Franco Carmignani
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Il triennio che abbraccia le stagioni 1963, 1964 e 1965, è il più ricco e convincente della F1 1,5 litri che sviluppa tutto il suo potenziale.

Nel 1963 Jim Clark si conferma come il più forte e fa suo meritatamente quel titolo che aveva visto sfumare beffardamente a dicembre dell'anno prima a East London. La marcia dello scozzese volante è inesorabile. Con una tattica di gara che ricorda Ascari, Clark parte fortissimo, inanellando giri veloci su giri veloci, fino a conquistare un buon margine sugli avversari, dopo di che gestisce a suo piacere la gara, anche ogni tanto spara un grande tempo sul giro per scoraggiare gli inseguitori. In una sola stagione vince i Gran Premi del Belgio, di Francia, Gran Bretagna. Italia, Messico e Sud Africa, ben sette sui dieci a calendario, un record che non s'era ancora visto. Graham Hill con la BRM P56 non riesce a contrastarlo e deve accontentarsi dei due successi parziali a Montecarlo, che diventerà la sua pista e negli USA, che se non altro è il Gran Premio più ricco della stagione.

A maggio “Jim 25” sbarca a Indianapolis. Colin Chapman ha un accordo con Ford che per battere i tradizionali motori Offenhauser quattro cilindri ha realizzato un V8 di 4,2 litri ad aste e bilancieri da 370 CV, per equipaggiare la Lotus 28, ennesimo capolavoro del geniale costruttore inglese. La vettura, molto più leggera della concorrenza, ha un cambio Colotti, e la sospensione studiata ad hoc per la particolare configurazione del catino dell'Indiana dove le quattro curve girano tutte a sinistra, così i bracci della sospensione sono più lunghi sul lato destro e più corti sul lato interno. Alla partenza la macchina di Clark sembra una pulce in mezzo agli elefanti, in effetti ha fatto invecchiare di colpo i roadster a motore anteriore. In gara lo scozzese è di gran lunga il migliore, ma la vittoria gli viene rubata da Parnelli Jones che perde olio nei giri finali, ma non viene fermato dai compiacenti commissari sportivi. Poco male, come ha fatto con il titolo F1, Jim si rifarà con gli interessi l'anno seguente. Non gli interessa invece lo slam, perchè dopo un paio di esperienze nella fase iniziale della sua carriera, non ama più correre la 24 Ore perchè “Non esistono al mondo 110 piloti (2 per ognuna delle 55 vetture ammesse al via, NdR) capaci di pilotare in sicurezza a Le Mans”. Odia anche la pista di Spa Francorchamps, dove nel 1960 ha visto perire il compagno di team, l'altro scozzese Chris Bristow, eppure in Belgio vincerà ben quattro volte. Del resto Clark è l'unico a saper sfruttare il potenziale della 25, i compagni di squadra Trevor Taylor Peter Arundell, e Mike Spence sono dei comprimari, peraltro anche sfortunati. Sul fronte avversario si sta eclissando la Cooper nonostante il prodigarsi di Bruce McLaren, mentre salgono le quotazioni della Brabham, con il pilota costruttore australiano che ha voluto in squadra Dan Gurney.

Alla Ferrari si è ripartiti di nuovo. Forghieri e lo svizzero Michael May per rivitalizzare il motore V6 a 120° introducono l'iniezione diretta, peraltro più complessa del tipo indiretto della Lucas che equipaggia gli inglesi. Il risultato è buono, 205 CV che consentono di avvicinare i V8 Climax e BRM. Il passo decisivo a fine stagione è la realizzazione del telaio “Aereo” di estrazione aeronautico. Dunque, non più il traliccio tradizionale, ma una leggera struttura in tubi rivestita internamente ed esternamente in lamiera, che offre la sufficiente rigidità torsionale, avvicinandosi alle monoscocca inglesi.

A guidare la riscossa del Cavallino è chiamato un pilota inglese già conosciuto e amato in Italia. E' John Surtees, il “Figlio del Vento”, sette volte campione del mondo di motociclismo con le MV Agusta, che dopo un primo approccio nel 1959 è passato definitivamente alla F1, C'è voluto un pò di tempo a “pulire” il suo stile di guida, comunque sempre efficace, anche se non ha la classe naturale di Clark. Di fatto nel 1963 Surtees riporta al successo la Ferrari proprio sulla pista più difficile, La Nordschleife del Nurburgring dove ci vuole tanto cuore...

Per la seconda guida Ferrari, il DS Dragoni, invece di guardare in casa, scommette su Willy Mairesse, contando anche sulle capacità di collaudatore del belga che invece stabilisce il non esaltante record del pilota che ha distrutto il maggior numero di Ferrari, diciannove...

Al Nurburgring il “botto” che lo mette fuori gioco. Per sostituire l'infortunato belga, Ferrari richiama Lorenzo Bandini, che sta disputando un stupenda stagione con la BRM P56 della Scuderia Centrosud di Mimmo Dei con la quale si è appena piazzato terzo sull'”inferno verde”.

C'è anche il capitolo ATS, animata da una parte dei “transfughi” di Maranello. Progetto ambizioso quello della nuova entità bolognese che punta non solo alla F1 ma anche al mercato delle Gran Turismo. Purtroppo, la “cordata” di investitori si sfascerà presto e la monoposto realizzata dall'ing Chiti, motore V8 compreso, ha una gestazione troppo complicata, nonostante al volante ci siano Phil Hill e Giancarlo Baghetti.

La stagione 1964 si rivela come la più intensa. Chapman sforna una raffinata evoluzione dell Lotus 25, la 33, per Jim Clark, che dispone anche del motore Climax a 32 valvole, più potente e con una curva di utilizzo migliore, ma anche più fragile. Gli avversari sono però cresciuti. La BRM ha ritrovato competitività con la P261, che ha un telaio monoscocca integrale e un V8 potenziato, permette a Graham Hill di tornare in lizza per il massimo traguardo, al pari di Dan Gurney con la Brabham BT7 Climax.

E c'è soprattutto Ferrari con la 158 che dispone del primo motore 8 cilindri F1 di Maranello (quello della D50 era di origine Lancia).

Il campionato inizia a Montecarlo. Clark fa il diavolo a quattro sin dalle prove, in gara è primo, ma deve fermarsi ai box per togliere la barra antirollio posteriore danneggiata, Ne approfitta Hill che vince davanti al compagno di squadra Ginther, In Olanda c'è il primo ruggito di Surtees secondo con la Ferrari 158. Vince Clark che ripete in Belgio, dopo la seconda sfortunata trasferta a Indianapolis terminata anzitempo per la rottura della sispensione. Nel Gran Premio di Francia a Rouen Gurney è primo come nel 1962, questa volta lo yankee guida la Brabham. Dopo il nuovo centro di Clark a Brands Hatch, la stagione “gira” al Nurburgring. La Ferrari 158 è finalmente a punto. Dopo aver vinto il mondiale sport prototipi a Maranello si lavora a pieno sulla “Aero”. I risultati si vedono al Nurburgring, Surtees è nettamente primo su Graham Hill, che con Clark appiedato dalla rottura del motore, passa in testa al mondiale, Bandini è terzo con la 156. L'altro fatto cruciale del Gran Premio di Germania è l'esordio della Honda, primo costruttore giapponese ad approdare in F1. C'è un aria di mistero intorno alla RA271, ma si intuisce che è un esercizio tecnico notevole con il motore 12 cilindri a V con quattro alberi a camme, è montato trasversalmente alle spalle del pilota Ron Bucknam, un californiano praticamente sconosciuto, che evidentemente deve solo fare più chilometri possibili ed esperienze con la vettura del Sol Levante.

Protagonista diventa anche Bandini che otto anni dopo Musso è il primo italiano a vincere un Gran Premio iridato di F1. Succede a Zeltweg dove il primo Gran Premio d'Austria si corre su un aeroporto, con le sconnessioni della pavimentazione in cemento che creano una mezza strage tra le monoposto, con undici ritiri su 20 partenti! Lorenzo è davvero in gamba e riesce a portare al traguardo la 156 davanti alla BRM di Richie Ginther, e nella successiva gara di Monza sale sulla 158 che porta al terzo posto nella gara che vede la seconda vittoria di John Surtees. Il pubblico entusiasta porta in trionfo Bandini che è ormai un eroe popolare, ma anche un compagno perfetto per Surtees. Nella classifica dei primi dieci si rivedono altri due italiani, Giancarlo Baghetti ottavo don la BRM della Centrosud e Lodovico Scarfiotti nono con la Ferrari 156.

La trasferta oltre Atlantico decisiva per l'assegnazione della corona iridata comincia tra le polemiche. Ferrari irritato per la mancata omologazione GT della 250 Le Mans fa fuoco e fiamme con la Federazione. Nei Gran Premi degli USA e del Messico le vetture di Maranello vengono iscritte dalla NART di Luigi Chinetti, il distributore USA, e “indossano” un'insolita livrea bianco-blu, che sono i colori nazionali statunitensi nelle corse. La lotta per il titolo si riduce a un duello tra Graham Hill, primo a Watkins Glen, e John Surtees. Clark che non marca punti dal Gran Premio di Gran Bretagna, è fuori dai giochi.

A Città del Messico è Bandini che porta all'esordi la 1512 a far pendere la bilancia verso la Ferrari. Impegnato a difendere il secondo posto di Surtees, che è alle spalle dello scatenato Gurney, alla prima occasione favorevole butta elegantemente fuori Graham Hill. Surtees e Ferrari sono i Campioni 1964. Lorenzo, sempre più amato da tifosi, ha le spalle larghe per respingere accuse e polemiche da parte inglese. Ma saranno proprio il Direttore della BRM a mettere fine alla questione, con “Hillarius” che scherzosamente offre a Bandini un corso di guida!

Jim torna mattatore nel 1965, l'ultima stagione della F1 1,5. Lo scozzese volante, rinfrancato dai successi invernali domina i Gran Premi del Sud Africa, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Olanda e Germania ed è campione per la seconda volta identificandosi come il pilota più forte del quinquennio, e vince finalmente la 500 Miglia di Indianapolis.

Ferrari sempre costretto a dividere le forze tra campionato prototipi e F1, stenta come nel '62. Lo sviluppo della nuova 1512 con motore dodici cilindri boxer procede troppo lentamente. Miglior risultato il secondo posto di Bandini a Montecarlo. A complicare le cose ci si mette anche Surtees, impegnato in un programma parallelo con le Lola T70 nella Can-Am, dove subisce un incidente dopo Monza, ed è sostituito nei due Gran Premi finali da Bob Bondurant e Pedro Rodriguez. In compenso l'annata vede la promozione tra i grandi di due giovani destinati a grandi cose: Jackie Stewart e Jochen Rindt. Lo scozzese numero due, riserva della squadra britannica di tiro al volo alle Olimpiadi di Roma, si permette di vincere il Gran Premio d'Italia a Monza davanti al caposquadra Graham Hill.

Oltre alla Ferrari 1512 e al Climax 32 valvole ci sono altre novità tecniche, con la stessa Climax con il motore 16 cilindri, che non scenderà mai in pista, ma soprattutto è la Honda a lasciare il segno. L'RA272 passata nelle mani esperte di Richie Ginther vince l'ultimo Gran Premio in Messico. E' la prima vittoria di un costruttore giapponese, l'unica di un motore 12 cilindri nei cinque anni della 1500, la prima della Goodyear.

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Mercoledì 1 Luglio 2020 - Ultimo aggiornamento: 04-07-2020 13:06 | © RIPRODUZIONE RISERVATA